Alla ricerca di Vivian Maier… una vita di immagini

Tutto ciò che facciamo in vita contribuisce a lasciare una traccia, più o meno indelebile, di ciò che siamo. Una “memoria materiale” che testiomonierà un giorno ciò che siamo stati. Può trattarsi di qualsiasi cosa: una collezione di libri, dischi, film; ogni nostra passione o capacità è una manifestazione e un’ affermazione della nostra personalità. Quello di cui però abbiamo bisogno perchè ciò avvenga è che qualcuno riceva la nostra eredità, la assimili, la trasmetta.

Ma cosa accade quando siamo il limite di noi stessi? Quando non abbiamo i mezzi e le capacità per poter comunicare o per poter condividere? In questo caso rischiamo di sparire per sempre, perchè nessuno ci sarà per ricordare chi e cosa siamo stati; ogni cosa, buona e non, si perderà nel tempo. A meno che non ci si metta il caso… Questo è ciò che è accaduto a Vivian Maier. Una vita spesa a documentare la quotidiantà delle strade attraverso i suoi scatti fotografici – rimasti perlopiù intrappolati nei 100.000 rullini mai svilippati – finchè il giovane storico John Maloof  non li ha rinvenuti portando alla luce l’opera di quella che ora è considerata una delle più grandi rapprensentanti americane della fotografia da strada.

Il docufilm Alla ricerca di Vivian Maier, diretto dallo stesso Maloof, ricostruisce la vita di una donna che ha vissuto nascondendosi in mezzo alle persone. La sua stazza (pare fosse alta 1 metro e 90), la sua maniera di vestire bizzarra  e i suoi modi di fare sopra le righe, che la facevano probabilmente apparire come un po’ suonata, non potevano di certo passare inosservati da chi la trovasse sulla propria strada. Ma allo stesso tempo si dimostrava abile a non manifestare completamente la sua reale essenza, a sviare il più possibile l’interesse delle persone mettendole fuori strada. La storia di Vivian Maier affascina proprio perche è avvolta dal mistero che lei stessa ha contribuito a creare.

Nata a New York City nel 1926 da una famiglia di origine francese, si trasferì a Chicago dove lavorò essenzialmente come tata. E’ proprio in questi anni che raccolse la maggiorparte delle suoi scatti.  Nelle sue foto i soggetti sono i più disparati: operai, passanti, bambini, mendicanti ritratti nel centro della città come nelle periferie più degradate. Immagini che documentano la vita quotidiana in maniera diretta e spontanea. Vivian Maier aveva il dono di inquadrare l’essenziale e di impressionarlo sulla pellicola trasmettendone la profondità.

Ma Alla ricerca di Vivian Maier non è solo la scoperta dell’artista. John Maloof sviscera il personaggio per cercare di scoprire le ragioni per le quali così tanto talento sia rimasto intrappolato in un piccolo mondo privato. Attraverso le testiomonianze di chi l’ha conosciuta – soprattutto degli allora bambini da lei accuditi e dalle loro famiglie – la vera Vivian Maier sembra prender forma. Se la capacità di cogliere i lati più belli del mondo, riportandoli in una fotografia, rappresenta la sua parte più luminosa, la sua vita privata appare invence intrisa di lati oscuri. Cominciamo così a comprendere gli aspetti più intimi di una personalità divisa tra originalità e compulsività, tra fantasia e morbosità e – nella più classica delle definizioni degli artisti – tra genio e follia.

Un destino paradossale il suo, morta in soltudine nel 2009. Una vita spesa ad accumulare immagini, a creare la sua arte, non trovando mai la maniera di mostare al mondo quello che vedevano i suoi occhi. Ed è stato mentre calava il sipario sulla sua esistenza che il mondo si è voltato per guardarla…

 

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Godzilla… qualche considerazione (un po’ in ritardo).

Passi un anno ad aspettare un film con mille dubbi, poi questo film finalmente arriva, lo vai a vedere e hai più dubbi prima. Questo è esattamente quello che mi è capitato dopo la visione di Godzilla.

Pompato da una campagna pubblicitaria lunga mesi, fatta di virali e trailer fantasma, Godzilla ha creato nel pubblico dei blockbuster grandi aspettative, forse troppe e forse non tutte facili da mantenere. Non è per nulla facile dare un giudizio sulla versione terzo millennio di questo grandissimo classico. Meglio procedere per gradi.

La Trama:  è semplice, ma concreta e convincente. Una lotta tra forze della natura primordiali, nella quale gli esseri umani hanno ben poca possibilità di intervento. Sembra una scelta originale, ma in effetti che senso avrebbe far combattere creature che hanno il potere di lanciare onde elettromagnetiche contro una civiltà ormai ipertecnologica? Per citare La guerra dei mondi, sarebbe una guerra come lo sarebbe tra uomini e vermi…

La Sceneggiatura: Godzilla cerca di barcamenarsi tra il tributo al genere ed il blockbuster, lasciando però delle lacune in tutti e due gli aspetti. Chi ha amato le versioni originali giapponesi apprezzerà di certo la volontà di portare sul grande schermo qualcosa che sia il più simile possibile ai classici, soprattutto per le sequenze di combattimento. Purtoppo questo stride con la sottotrama militaresca con tanto di eroe che cerca di salvare il salvabile. Chi invece è in cerca di qualcosa più simile all’azione di Pacific Rim, rimarrà,  se non deluso, quantomeno spiazzato dal fatto che il vero protaonista è proprio il verde lucertolone radioattivo.

Scelte tecniche: Suoni da far accapponare la pelle, 3D non sempre utile ma spesso necessario per godersi le sequenze più movimentate. Fantastica la resa dei mostri, CGI utilzzata sapientemente con lo scopo di non creare qualcosa di mai visto prima, ma di riportare in vita qualcosa di già visto rendendolo più attuale e ancora più terrificante. Massimo dei voti.

Cast: Va bene puntare su un cast di qualità, ma forse si poteva sfruttare maggiormente Bryan Cranston… Che diamine: lui è Heinsenberg!!! Per tutti gli altri, va benissimo il poco spazio; in alcuni casi forse sarebbe stato meglio darne ancora meno.

Sperimentazione: Non si può che riconoscere una certa audacia a Gareth Edwards per aver preso, tutto sommato e per quanto possibile, delle decisioni stilistiche controcorrente considerata l’attuale concezione dello sci-fi di largo consumo. Artisticamente parlando Godzilla ha infatti il merito di essere ottimo soprattutto esteticamente, portandoci in un presente che conserva il sapore vintage dei vecchi film giapponesi.

Godzilla è sicuramente un buon film, e come tutti i buoni film è destinato a spaccare un pubblico diviso tra amanti della versione originale e quello composto da neofiti, con un backgruond fatto di sci-fi estremo, gaming, cinecomic e cgi. Voi da quale parte state?

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The Amazing Spider-Man 2: Il Potere di Electro – Recensione

Partiamo dal presupposto che non è per nulla semplice produrre il quinto film su Spider-Man in poco più di dieci anni, soprattutto se consideriamo che due di questi sono dei reboot e, pergiunta, di una trilogia che è rimasta nel cuore dei fan. Sam Raimi aveva dato ai suoi tre film una dimensione fanciullesca che ci aveva fatto amare tutti i personaggi, primo fra tutti Tobey Maguire nei panni di Peter Parker.

Marc Webb ha sapientemete gestito le nuove avventure di Testa di Tela con un approccio completamente differente. In un’ industria cinematografica che intende il concetto di reeboot come “more dark!”, The Amazing Spider-Man 2: Il potere di Electro (come il suo predecessore The Amazing Spiderman del 2012 del resto) è invece esattamente il contrario, quasi un teen movie. Quando Peter non indossa la tutina e i lanciaragnatele, è un ragazzo che ama lo skateboard, ha una stanza con pareti tappezzate di poster di gruppi rock e fa tutto quello che farebbe un suo coetaneo nell’epoca degli smartphone, degli ipod e di internet. Raimi aveva volutamente deciso di far svolgere le vicende in una sorta di limbo temporale, sospeso tra il sapore ’60 delle origini e i giorni nostri.

The Amazing Spider-Man 2 trae ispirazione, in parte, dalla versione originale del fumetto ma soprattutto da quella Ultimate, prendendosi alcune licenze che, tuttosommato, non faranno storcere troppo il naso agli appassionati. La storia funziona, e la tanta carne al fuoco non crea la confusione che avevamo visto in Spider-Man 3. Oltre che con Electro, Peter dovrà vedersela con Goblin e con Rhino, ma i tre villain non si pestano i piedi; lo spazio e l’importanza data ad ognuno dei comprimari lascia presagire a ciò che avverrà nei futuri episodi della saga. La forza del progetto di Marc Webb sta proprio nella continuità delle vicende tra un film e l’altro, che lo rendono più simile alle trilogie alla Star Wars che non a quanto abbiamo visto finora nell’ormai nutrito catalogo dei cinecomics.

Andrew Garfield ed Emma Stone si rivelano ancora una coppia azzeccata. La new entry Dane DeHann, nei panni di Harry Osborn, fa del suo meglio per dare vita ad un personaggio che probablmente verrà maggiormente approfondito nei prossimi sequel. Ottimo lavoro di Jamie Foxx su Electro, convincente anche nei panni del paranoico Max Dillon.

Dal punto di vista tecnico questo secondo capitolo della saga è perfetto; complice il montaggio del premio Oscar Pietro Scalia, ed un 3D veramente opportuno. La sequenza di lotta a Time Square è da togliere il fiato. I ritmi elettronici della colonna sonora composta da Hans Zimmer (con l’ausilio di musicisti del calibro di Pharrel Williams), rendono le immagini della battaglia cariche di tensione.

Come per i suoi predecessori, alla base della storia c’è sempre il concetto del “supereroe con superproblemi” tanto caro a Stan Lee. Tanti i momenti di introspezione, non solo per Peter Parker. Ciò rende The Amazing Spiederman 2 molto di più di un giocattolone da 200.000.000 di dollari, dove a farla da padrone sono le spettacolari immagini in CGI. In questo Marc Webb emula Sam Raimi, raccontandoci la storia di un ragazzo alla quale il destino ha voluno assegnare, suo malgrado, un enorme potere e la schiacciante responsabilità che ne consegue. Impossibile non provare affetto per Peter Parker, e, nonostante tutti i pericoli, vorremmo tutti essere lui almeno un giorno nella vita.

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The Grand Budapest Hotel – Recensione

Nella maniera di fare cinema di Wes Anderson non riesco proprio a trovare nessun difetto, sotto nessun aspetto sotto il quale si possa giudicare un film.

Se dovessi raccontare The Grand Budapest Hotel con una sola frase, direi che è il ricordo raccontato del racconto di un ricordo; già solo questo concetto, questo gioco di scatole cinesi, è talmente poetico da giustificare il prezzo di un biglietto.

Ad aprire il film è il ricordo di un anziano scrittore di un soggiorno nell’ormai morente Grand Hotel Budapest in una immaginaria repubblica europea degli anni’60, soggiorno nel quale incontra Zero Moustapha, misterioso proprietario dell’hotel, un tempo uomo ricco e potetente e ora anch’egli ombra di un passato glorioso. Da qui, attraverso il racconto di Moustapha, veniamo catapultati nel 1932 e conosciamo il vero protagonista, il concierge dell’albergo Gustave, amante dei profumi e delle ricchissime donne di tutte le età che alloggiano nel lussuosissimo albergo. Proprio per via della morte di una queste, Madame D., il povero Gustave, inserito a sua insaputa nel testamento, si troverà incastrato e ritenuto colpevole dell’omicidio a causa delle macchinazioni del figlio di lei, Dmitri, e del suo sgherro Jopling. Gustave vedrà il suo mondo perfetto velocemente sfaldarsi, ed anche se riuscirà a dimostrare la prorpria innocenza grazie all’aiuto dell’allora giovane garzoncello Zero e della sua fidanzata, la pasticcera Agatha, le cose non potranno più tornare le stesse. L’Europa sta attraversando dei radicali cabiamenti, e le truppe ZZ non lasceranno nulla in piedi di una realtà fatta di profumi, di allegri saloni illuminati e di risate. Non ci sarà più spazio per “l’essere superficiali”.

Nell’epoca del 3D e dell’Imax, Wes Anderson rappresenta quanto di più in controtendenza si possa trovare nel cinema mainstream. Da un punto di vista scenografico, a colpire è la costante ricerca, a volte quasi esasperata (e non è una critica), della bidimesionalità e della simmetria nelle forme. Non solo nelle inquadrature degli esterni, ma anche nei primi piani agli attori, spesso dei veri e propri ritratti. Questo, aggiunto alla fotografia molto retrò, tipica del cinema di Anderson, rende il film visivamente elegante e sofisticato.

Il cast è oltremodo ricco e azzeccato. L’eleganza di Ralph Fiennes porta in scena un personaggio eccezionale. Il concierge Gustave è a metà strada tra la macchietta e l’eroe, in perfetto equilibrio tra le due figure. Il suo sorriso stampato, che deve essere l’immagine dell’albergo, lascia in qualche modo filtrare qualcosa di malinconico che si nasconde dietro a tanti personaggi di Wes Anderson. Gustave è la sintesi di un mondo che cambia e che, nonostante la ricerca del bene e della giustizia sia un valore alla base dell’umanità, non può sottrarsi al baratro in cui precipiterà da li a poco.

L’interpretazione dei giovanissimi Tony Revolori (giovane Zero) e Saoirse Ronan (Agatha) è perfetta. Fantastici anche Adrian Brody nella parte del perfido Dmitri e sopratttutto Willem Dafoe in quella di Jopling.

Tantissime le comparsate di attori feticcio e non: Ralph Fiennes e Tom Wilkinson (che interpretano rispettivamente il giovane ed il vecchio narratore), Bill Murray, Tilda Swinton, Edward Norton, Owen Wilson ed Harvey Keitel tra gli altri.

Come altri lavori di Wes Anderson, The Grand Budapest Hotel può essere definito una malinconica commedia. Non mancano leggerezza, umorismo e situazioni volutamente comiche, ma dietro ai dialoghi e alla staticità delle scene, si ha la costante sensazione di un “qualcosa in più” che non è mai esplicitamente narrato, ma che si trova tre le pieghe della storia. Ed è proprio questo “sottinteso” a colpirti quando si riaccendono le luci della sala.

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… e intanto Londra brucia

Cito i Negramaro nel titolo perchè, esattamente come le ipernova, Londra è qualcosa che brucia producendo un bagliore che si diffonde nell’Universo, per arrivare fino a noi attirandoci. Perchè la luce è vita, speranza  e prospettiva per chiunque si senta attanagliato dalle tenebre.

Mancavo da 5 anni, e tornandoci mi sono reso conto che è stato proprio difficile starle lontano così a lungo.

Londra brucia, e non si spegne mai, da secoli. Per le sue strade si respirano ancora atmosfere di tempi antichi nelle vestigia dell’impero, ma allo stesso tempo si avvertono ancora pulsanti le meraviglie della Swinging London degli anni ’60, fatta di caschetti alla Beatles, di colori psichedelici che fanno da sfondo a quella che è di diritto la capitale del Rock’n’Roll non solo europea. Poi ti sposti di cento metri e vieni catapultato nel Mod, nel Punk dei Sex Pistols e dei Clash, e poi nella New Wave degli anni’80, e poi nell’ Elettronica dei ’90…

I sensi si amplificano in un vortice fatto di mille forme d’arte  alla portata di tutti, nei musei come nei mercati di Camden, di Portobello, di Covent Garden, per le strade di Soho. Tutto qui convive. Ogni cosa è esattamente successiva a quella precedente, senza stacchi, dando un senso di continuità logica. Tutto ciò che è bello ed interessante in questo mondo è in qualche maniera interconesso e Londra ne è la sintesi.

Il concetto di bellezza non è una semplice questione estetica; Parigi è bella, Roma è bellissima, New York è strabiliante, ma Londra è affascinante, e a chi esercita fascino non si può resistere.

Nonostante la stanchezza, i passi proseguono come se non potessi controllarli, perchè c’è ancora qualcosa da vedere più in là: magari in un vicolo c’è un negozio di dischi interessante, o qualsiasi altra cosa che sai che potrai trovare solo qui, anche un semplice muro di mattoni rossi con un murales scrostato che, per qualche motivo, non puoi fare a meno di fotografare.

Ogni cosa qui è diversa, più colorata, nonostante la pioggia e il cielo plumbeo. Ogni cosa qui è così British…

Qui non sei solo parte della massa. Sei nel cuore della storia dell’Europa moderna, sempre proteso verso un futuro costruito sulle basi di un solido passato, che come l’orizzonte è sempre sotto i tuoi occhi ma che ad ogni passo si sposta in avanti.

Londra è il punto zero per ogni viaggiatore, perchè è da qui che tutto parte. Tutto intorno, solo il riflesso della sua grande luce…

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Captain America: The Winter Soldier – Recensione

Spesso capita che il secondo capitolo di una saga cinecomic sia quello che soddisfa di più il pubblico. Il motivo è semplice: la narrazione è più fluida quando non ci sono più le origini da roccontare. Questo vale anche per il Capitano a Stelle e Strisce, nonostante sia innegabile che Captain America: First Avenger avesse quel fascino anni ’40 che lo rendeva un elegante film di guerra. The Winter Soldier abbandona totalmente quella dimensione Old America per assumere una fisionomia che sta a metà tra i più recenti 007 e il concetto di supereroismo del Batman di Nolan.

Steve Rogers dovrà affrontare ancora una volta l’Hydra, questo volta radicata all’interno dello S.H.I.E.L.D. stesso, ritrovandosi coivolto in un gioco di specchi dove il nemico può nascondersi anche dietro il volto più amichevole. A rendere ancora più fitta la trama ecco comparire il misterioso Soldato D’Inverno, nemesi perfetta, anche lui dotatato delle stesse abilità di Captain America ed in grado di tenergli testa nel combattimento.

Tanti gli elementi introdotti in questo episodio, a partire dai comprimari. Oltre a Natasha Romanoff, ad accompagnare Cap in questa torbida storia di spionaggio troviamo anche Sam Wilson, aka Falcon, spalla storica nei fumetti, e l’Agente 13 Sharon Carter. Ma anche sul fronte villain alcune novità, una su tutte l’introduzione di Crossbones.

Nei suoi 136 minuti di durata, Captain America: The Winter Soldier miscela sequenze d’azione adrenaliniche a un plot convincente ed articolato (anche se a volte forse troppo complesso, soprattutto per chi non ha seguito la saga a fumetti di Ed Brubacker da cui la storia attinge ampiamente). La sceneggiatura punta sulla coralità: se il Capitano combatte con tutte le sue forze contro gli infiltrati Hydra nello S.H.I.E.L.D e contro Soldato D’Inverno, gli altri personaggi non restano semplicemente sullo sfondo, conquistando ognuno abbastanza spazio da risultare credibili e utilizzabili anche nei prossimi capitoli della saga,  compresa quella di Avengers.

Per smentire chi temeva una produzione Marvel Studios più morbida dopo l’acquisizione da parte di Disney, Captain America: The Winter Soldier è un prodotto per un pubblico più maturo rispetto ai film dedicati alla Fase 2 dei Vendicatori (vedi Iron Man 3 e Thor: The Dark World) e non risparmia sulla violenza nelle sequenze di combattimento, scelta inevitabile vista la rotta spy story voluta dagli autori.

Se la trama articolata può rappresentare a tratti un” lato negativo” del film (anche se questo aspetto può essere considerato soggettivo), la scorrevolezza della storia, tra combattimenti corpo a corpo strabilianti, inseguimenti mozzafiato e dialoghi convincenti rende Captain America: The Winter Soldier una pellicola estremamente godibile, sicuramente da classificare tra i migliori prodotti del suo genere. Merito di un cast stellare a partire dallo stesso Chris Evans, sempre più a suo agio nel ruolo del protagonista. Oltre ai veterani Samuel L. Jackson e Scarlett Johansson, non passa inosservata la presenza di Robert Redford nel ruolo di Alexander Pierce, uomo di stato al vertice dello S.H.I.E.L.D. , che è scontato definire ottimamente interpretato; del resto, il protagonista de I Tre Giorni Del Condor non poteva non trovare pane per i suoi denti. Ad Anhtony Makie il difficile ruolo di Falcon, che le intelligenti scelte registiche e di sceneggiatura hanno saputo portare sul grande schermo, prendendosi qualche dovuta licenza rispetto al personaggio dei fumetti, sicuramente non tra i più semplici da trasporre.

E adesso non ci resta che aspettare Guardians Of The Galaxy…

 

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HAI “ANCORA” PAURA DEL BUIO…?

C’è una stella che non smette mai dai brillare nel firmamento della musica indie italiana. Hai Paura Del Buio? degli Afterhours rappresenta per molti il punto più alto della carriera del gruppo rock milanese capitanato da Manuel Agnelli, e in senso più generale, è la miglior espressione di quell’universo indipendente italiano degli anni ’90 fatto di gruppi come i Subsonica e i Bluvertigo.

Non è mai facile rimettere le mani su qualcosa che può essere, senza ombra di dubbio, definito un capolavoro. Molto spesso i passi indietro rappresentano l’incapacità di poter proporre ancora qualcosa di interessante, ma non è di certo questo il caso. L’autocelebrazione per un disco come Hai Paura Del Buio? è un atto quasi dovuto e non ha nulla a che vedere con il voler replicare se stessi.

L’obettivo non è quindi riproporre, ma condividere (come fatto, per esempio, dagli U2 per i 20 anni di Achtung, Baby!. E l’accostamento non è casuale). Ogni traccia del disco è eseguita con compagni di viaggio ed amici d’eccezione della band, come Samuel Romano, Greg Dulli, Mark Lanegan, Il Teatro Degli Orrori, Marta Sui Tubi, I Ministri (eredi naturali?), Negramaro e i senatori della musica italiana Edoardo Bennato ed Eugenio Finardi tra gli altri.

Sono tanti gli stravolgimenti in questo disco rispetto all’originale, tanto da rendere alcuni pezzi quasi irriconiscibili, ma tutti sapientemente studiati. Del resto, gli Afterhours hanno attraversato diverse fasi dal loro storico lavoro del ’96 ad oggi, compresi diversi rimaneggiamenti nella line-up; la chiave di lettura di questo lavoro, in sintesi, è proprio questa: il confronto di questi quasi cinquantenni con il loro glorioso passato, alla luce di una carriera che li ha per diritto portati sul podio dei più Grandi Gruppi Rock italiani.

La già citata 1.9.9.6, assieme a Lasciami Leccare L’Adrenalina, interpretate in maniera molto personale rispettivamente da Bennato e Finardi, sono di certo le scelte che colpiscono di più, personalmente, sopratutto per le “revisioni” nei testi, ed il lavoro sugli arraggiamenti rende entrambi i pezzi molto interessanti. A colpire al cuore è però Voglio Una Pelle Splendida, cantata da Samuel dei Subsonica, che gli sembra praticamente cucita addosso, tanto da risultare impossibile, almeno per me, non fare ripartire la traccia dopo il primo ascolto.

Assolutamente degne di nota Rapace con guest i Negramaro, una decisione che sembra quasi tecnica, considerando che Giuliano Sangiorgi irrompe sull’acuto del ritornello in maniera praticamente perfetta, lasciando le strofe a Manuel Agnelli, e la versione quasi goth di Punto G dei Bachi da Pietra, elegante e cupa come i grandi brani Rock sanno essere. Ironica la scelta di far interpretare ai Ministri Sui Giovani D’Oggi Ci Scatarro Su, in una versione che non si discosta troppo dall’originale.

Il disco si chiude con due bonus track: il b-side Televisione interpretato da Cristina Donà, e una potente versione di Male Di Miele cantata da Agnelli e Piero Pelù, decisamente più movimentata dello stesso brano che nella sequenza originale è invece cantata da Greg Dulli, in uno stile più legato alla tradizione indie.

Il packaging comprende anche una versione rimasterizzata dall’album orignale, ed un booklet con “foto d’epoca”.

Hai Paura Del Buio? Reloaded è un bellissimo amarcord per chi c’era nel 1996, e una buona occasione per tutti di riscoprire un disco immancabile per gli scaffali degli amanti della Musica. Un grande disco, come per le altre opere d’arte, non ha tempo, e non è mai legato ad una logica di  consumo che si conclude con l’easurimento, lasciando spazio a qualcosa di nuovo. Un grande disco è eterno, e ti resta nel cuore.

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CARTOOMICS 2014: ALTRI PASSI AVANTI…

Ok, è inutile continuare a ripetere che di Lucca ce n’è una sola, questo già lo sappiamo tutti, ma in un mondo dell’entertainment che sdogana sempre di più il mondo geek/nerd attraverso, soprattutto, il fenomeno del cinecomic, forse un solo grande evento non è più sufficiente. Ed ecco fiorire realtà come quelle di Roma, Napoli… e finalmente Milano.

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Frequento il Cartoomics da più di 10 anni, da quando era per lo più un mercatino per collezionisti, allestito in una modestissima area di quella che oggi si chiama Fiera Milanocity. Ai tempi niente cosplay, niente contest vari, niente ospitate, niente anteprime, insomma una noia mortale.

Oggi le cose sono radicalmente cambiate, e per fortuna. E’ assurdo pensare che Milano, fino a poco tempo fa, non ospitasse un evento dedicato al mondo del fumetto di importanza rilevante. Ormai da un paio d’anni la fila alle casse si è allungata parecchio, e muoversi tra i vari stand è diventato difficile, aspetto tipico delle fiere che funzionano.

Si consolida anche quest’anno la presenza di colossi dell’editoria dei fumetti, primo fra tutti Panini, che oltre alla vendita dei propri titoli, punta anche sull’organizzazione di incontri coi fan, alla presenza dello stesso Marco Lupoi, che quest’anno si fa accompagnare anche da Leo Ortolani, vero pezzo da 90 per la filiale italiana della Casa delle Idee Marvel.   Obiettivo principale di Panini/Disney/Marvel è la campagna pubblicitaria per l’uscita di Captain America: The Winter Soldier, di cui Cartoomics  ha anche ottenuto una proiezione in anteprima.

Ma non solo Panini è il piatto forte dell’evento, ottimi e forniti stand anche per Alastor/Rw e Star Shop. Interessante l’area dedicata ai Peanuts.

Cartoomics diventa una nuova meta d’incontro anche per il mondo dei Cosplayer, che quest’anno oltre alla massiccia e spettacolare presenza di Umbrella Italia, il fan club italiano di Resident Evil,  delle associazioni Star Wars e delle moltitudini di costumi ispirati al mondo del manga/anime, mette in mostra anche un’area di ispirazione Fantasy, caratterizzata soprattutto dai fan di Games Of Throne.

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Pecca di quest’edizione è probabilmente la  fin troppo scarna area ludica, nettamente inferiore a quella dell’anno scorso e la quasi totale assenza del videogame.

Come per tutte le fiere di questo settore, quello che manca è l’affare: i prezzi dei fumetti sono praticamente sempre quelli di copertina, e i gadget hanno spesso costi esagerati… niente di nuovo da questo punto di vista, ma del resto è risaputo che il Nerd non bada a spese!

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Il bilancio in termini di visite è quindi sicuramente positivo ed è la prova che dopotutto il fumetto, o il nuovo concetto di fumetto legato ormai in maniera inscindibile a quello del cinema e delle serie tv, non conosce crisi. Quindi da Cartoomics del prossimo anno, che cadrà a pochi mesi dall’uscita di Avengers: Age Of Ultron, mi aspetto grandi cose, e magari non sarebbe male qualche ospite internazionale.

TRA LE STELLE…

Dopo anni di dubbi e di tentativi falliti, mi sono finalmente deciso ad aprire il mio blog. Non credo di avere nulla di particolare da dire, ma un grande desiderio di condivisione per tutte quelle sono le mie passioni. Ipernovae sarà uno spazio dove parlerò di tutto, dai viaggi al cinema, dallo sport ai libri, dal cinema ai fumetti e di tutto quello che mi verrà in mente su cui avrò la “presunzione” di voler/poter dire qualcosa.

Non sono un blogger professionista e neanche un esperto di comunicazione, quindi non aspettatevi troppi tecnicismi.

Da dove nasce la passione per le cose?
Un giorno del 1985 mio padre mi portò al cinema della mia città a vedere E.T. L’extraterrestre, avevo 6 anni. Ai tempi si pagava il biglietto e si poteva entrare ed uscire in qualsiasi momento, ricordo che infatti guardammo la proiezione due volte. La sala era veramente di pessima categoria, ma per me fu magia pura. Per anni sognai di poter vivere un’avventura come quella del piccolo Elliot e del suo amico alieno. Da quel momento fu come far partire un domino, dove ogni tessera caduta era qualcosa che spingeva a voler scoprire qualcos’altro, vedere un altro film, leggere un altro libro, ascoltare un’altra canzone. Ogni cosa importante della nostra vita è scaturita dal caso, da un momento dopo il quale niente sarà più uguale.

Perché il nome Ipernovae?
Non poter vedere la Terra dallo spazio, è questo il grande rammarico della mia vita. Pensandoci bene, se consideriamo le nostre esistenze, oltre che rappresentare un istante nell’Eternità, rappresentiamo forse ancora meno in termini di ciò che potremo vedere. Facciamo parte dell’Universo, ma non sappiamo in effetti cosa sia, ne cosa ci nasconda. Non è il concetto di Vita nell’Universo ad affascinarmi, ma la struttura stessa dell’Universo. Spesso provo commozione guardando le foto di Hubble.
L’Ipernovae è l’eplosione di una stella, ed è in natura il più grande rilascio di energia esistente. Detta così non trasmette molto, anzi, forse è anche un po’ inquietante, ma assistervi deve essere uno spettacolo meraviglioso. L’astronomia è questo: la spiegazione fisica e matematica di qualcosa di inimmaginabile.

Non potrò mai viaggiare nell’Universo, ma potrò viaggiare lungo il mio percorso fotografando ogni Ipernovae che incontrerò.

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